Home Economia L’economia “mainstream” capisce le cose a metà

L’economia “mainstream” capisce le cose a metà

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A ulteriore chiarimento di quanto spiegavo nell’ultimo post, capitano a proposito le affermazioni di Laurence Boone – capo economista dell’OCSE – e il commento, molto sintetico ma molto efficace, contenuto in questo tweet di Stephanie Kelton:

 “Ancora ragionamenti parecchio smozzicati nel suo (di Laurence Boone) pensiero. Il miglio finale per arrivare alla MMT è il più lungo da percorrere. I tassi d’interesse sono una variabile di politica (di politica monetaria; in altri termini, lo Stato che emette moneta li può fissare discrezionalmente); “prendere a prestito” è opzionale, non serve a finanziare il deficit di uno Stato monetariamente sovrano; e aggiungere un pagamento d’interessi ai flussi di reddito aumenta il rischio d’inflazione”.

Chiaro ? Ormai nessun economista minimamente credibile difende più il dogma dell’austerità, ma c’è ancora parecchia strada da fare. L’economia “mainstream”, quella a cui aderiscono OCSE, FMI e Banca Mondiale, per tacere di BCE e Commissione Europea, ancora nega tre ovvie verità:

PRIMO, uno Stato che emette la propria moneta non ha alcun bisogno di indebitarsi.

SECONDO, se uno Stato monetariamente sovrano emette titoli di debito pubblico, non genera nessun rischio di default e non impoverisce in alcun modo il paese. Il debito pubblico è semplicemente uno strumento offerto alla popolazione per impiegare il risparmio.

TERZO, se viene emesso debito pubblico, è una scelta puramente politica quella di fissare a un livello più o meno elevato il tasso d’interesse. Uno Stato monetariamente sovrano può controllare totalmente i tassi sul debito.

Aggiungo un commento all’ultimo commento del tweet keltoniano: “aggiungere un pagamento d’interessi ai flussi di reddito aumenta il rischio d’inflazione”. E’ più controintuitivo degli altri, ma è vero. Spesso si ritiene che aumentare i tassi d’interesse pagati sul debito pubblico abbia un effetto deflattivo sull’economia. Ma se a parità di politiche fiscali (spesa pubblica e tasse) lo Stato aumenta gli interessi sul debito, la conseguenza è di immettere più potere d’acquisto nell’economia. L’effetto è inflattivo, non deflattivo.

L’equivoco nasce dal fatto di dare per scontato che i tassi sul debito pubblico debbano muoversi in linea con quelli del credito privato. Se fosse così, maggiori tassi sul debito pubblico implicherebbero maggiori costi dei finanziamenti privati, il che rallenterebbe diversi settori dell’economia, perché diventerebbero più costosi i crediti al consumo, i mutui immobiliari, i finanziamenti alle imprese eccetera.

Ma non è così se lo Stato comprende che, appunto, “prendere a prestito è opzionale, non serve a finanziare il deficit di uno Stato monetariamente sovrano”. I deficit si possono finanziare emettendo direttamente moneta, l’offerta di debito al pubblico (e il relativo tasso d’interesse) è una decisione del tutto discrezionale.

Se poi lo Stato monetariamente sovrano vuole influenzare i tassi d’interesse, non deve fare altro che alzare o abbassare il tasso applicato dall’istituto d’emissione alle banche (o anche ai cittadini, se viene loro consentito di depositare risparmi presso l’istituto d’emissione medesimo). Una politica di gestione del tasso d’interesse di mercato NON richiede di operare sui tassi del debito pubblico, e quindi non richiede neanche l’esistenza del debito pubblico.

© Marco Cattaneo

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Esperto di Economia e Monete Fiscali – Laureato a pieni voti in Economia Aziendale (Bocconi 1985), diverse cariche nel Gruppo Montedison, gestisce dal 1995 fondi ed operazioni di private equity, ha fondato il blog “Basta con l’Eurocrisi” http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/, autore di diverse pubblicazioni su temi di macroeconomia, sistemi monetari, valutazione d'azienda e finanza aziendale, ha pubblicato nel 2014 il libro “La soluzioni per l’euro” (ed. Hoepli).